compagni di classe

Il regista

L’ho incontrato per caso, dopo che per anni non ne seppi più nulla.
In un bar di periferia, emaciato, confuso, seduto ad un tavolo con un bicchiere davanti e circondato da persone mai viste, molto più grandi di lui. Gli occhi chiari si erano appannati, l’entusiasmo evaporato.
Confesso, stentai a riconoscerlo.
Ricordo benissimo quel ragazzo alto, che giocava a tennis dalle elementari, con uno swatch bianco e scarpe da tennis all’ultimo grido. Mi ha sempre fatto simpatia, un vero cultore dell’impossibile.
Al liceo si barcamenava tra intuizioni e studio della matematica, che non saprei dire quanto fosse frutto della sua fantasia e quanto riconducibile a reali ipotesi matematiche.
Aveva sempre avuto la passione per il cinema, ed i nostri pomeriggi trascorrevano tra la visione del Dott. Caligari e M – Il mostro di Düsseldorf passando per sorrentiniane e morettiane scorribande.

All’università alternava indicibili mal di testa ad esami di ingegneria, prima meccanica, poi dei materiali, poi gestionale, poi un giorno partì per milano per studiare regia così da un giorno all’altro.

Non lo vidi più, dopo che seppi che la scuola di regia era finita, ed era tornato a casa tentando la via del documentario sul sud, prima con echi gomorriani, poi sulle tradizioni marinaresche, poi più nulla….

Poi più nulla.

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compagni di classe

L’ingegnere

L’ingegnere nasce ovviamente da un papà ingegnere ed una madre segretaria del padre. Affetto da una miopia devastante era accompagnato dai suoi fidi fondi di bottiglia, unici capaci di dargli uno sguardo sul mondo nitido, altrimenti naturalmente sfocato.
L’ho conosciuto alle scuole elementari, e non l’ho lasciato più fino al liceo.
Anni tormentosi dell’adolescenza, ragazzo altissimo e dall’andatura dinoccolata, il volto segnato dalle fide lenti, ed una sigaretta sempre in bocca dall’adolescenza.
A scuola non era particolarmente appassionato di nulla, avrebbe potuto fare qualsiasi cosa se il padre non fosse stato un ingegnere, eppure io l’ho sempre immaginato assicuratore. Cavilli, clausole contrattuali, note a piè di pagina che nessuno avrebbe mai letto, quello il suo mondo, una pacca sulla spalla e una biro pronta a farti firmare il contratto d’assicurazione, non conta il motivo, lui c’era a farti firmare la quietanza.

Vagamente destrorso ma non per convinzione, più per inerzia paterna, vagheggiava le gesta del duce con fare italico, capace di superficialità ed ingenuo patriottismo. La storia la studiava per capitoli, uno dopo l’altro lasciandoli scivolare velocemente, ma non si capiva bene cosa gli restasse fermo nell’animo.

Da grande non so cosa lui volesse fare, ma gli tolsero l’imbarazzo della scelta. Ingegnere era scritto nel suo DNA, esattamente come il padre, ingegneria navale, una disciplina nobile ed antica in una città dal prestigio portuale come Napoli.
La tesi di laurea fu scritta su modello di mille altre, sul tema di una traghetto ovvero nave passeggeri.
Non perse tempo, scopiazzando il progetto di una nave passeggeri scandinava degli anni ’80 riuscì a laurearsi solo 4 anni fuori corso, ma questo era un dettaglio visto che un lavoro allo studio ce l’aveva già.

Sinistri Navali, questo il sottotitolo sotto la placca d’ottone del suo studio.
Non l’ho più visto, nè sentito, ogni tanto mi torna in mente il suo viso da bonaccione che non ti avrebbe mai fregato, sigaretta alla bocca ed una giacca di montone marrone chiaro.

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compagni di classe, passato

il medico

Lo ricordo chiaramente quel ragazzo timido, sempre molto compito che osò leggere I Buddenbrook in seconda liceo. Nella sua cameretta di adolescente dal parquet chiaro, aveva un telescopio bianco puntato verso le stelle. Non ebbi mai il coraggio di chiedere esattamente cosa guardasse con quello strumento. Era magrolino, silenzioso, molto studioso ma non saprei se lo fosse più per soddisfare le aspettative di sua madre o per una sua autentica curiosità verso la vita ed il mondo.

Rideva poco, sempre ben vestito, anche se in maniera un pò conformista, scontata. Il suo unico atto di ribellione fu farsi regalare dai genitori una moto a 16 anni, si trattava di un custom e onestamente con la sua aria da primo della classe non fu particolarmente azzeccata a mio avviso la scelta di una moto cosi fuori dalle righe.

Non lo ricordo mai particolarmente partecipe della vita di classe, sempre seduto al primo banco, era un ragazzo intelligente ma abbastanza appiattito sulle convenzioni comuni.
Da grande seppi divenne medico esattamente come il padre, lasciò la sua città di origine come feci io e si trasferì per una strana emigrazione al contrario al sud invece che al nord.
Mi dicono abbia preso moglie, è un uomo felice adesso?
Questo mi sono chiesto diverse volte ripensando alla cerchia di persone che mi circondavano e che la vita
ha posto ad una immensa distanza da me.

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