Qualche settimana fa ero a Roma e ho perso il treno. Cosi mi sono deciso a visitare finalmente il Museo Nazionale Romano accanto alla stazione Termini. Dopo una carrellata dinanzi ad statue imperiali, resto come sempre molto più affascinato da figure tardo-antiche che traspirano quasi l’inquietudine della dissoluzione dell’impero. Quel caos caratteristico del tardo-antico che nulla a che vedere con luminosità dell’età augustea. Si affacciano nei bassorilievi copricapi Frigi, ripenso al Sol Invictus, alla Magna Mater al cielo stellato del Mitreo dell’antica Capua. La mia attenzione si ferma su di uno scheletrino d’argento, corredo di un banchetto sontuoso. Larva convivialis il suo nome buffo, scopro che il nome viene da un passaggio del Satyricon.

“Mentre noi dunque beviamo, tutti compresi ed estatici davanti a quelle lussuosità, uno schiavo portò uno scheletro d’argento, costruito così che le sue giunture e vertebre snodate potessero piegarsi da ogni parte. Avendolo buttato una volta o due sulla tavola e ogni volta quel mobile congegno assumendo posizioni diverse, Trimalcione commentò:
Ahinoi miseri , come è nulla l’intero omuncolo! Cosi saremo tutti, dopo che l’Orco ci avrà rapiti! Dunque viviamo finchè possiamo ancora spassarcela!” Petronio – Satyricon- 34.8.

Ne resto folgorato. Un monito preciso, un inno alla vita senza precedenti. Una vita svuotata completamente di possibili orizzionti metafisici. Un memento mori capovolto e riportato al significato originale. La morte come prospettiva di fine del corpo e quindi come fine di tutto. Non è un caso che in moltissime epigrafi funerarie il riferimento sia alla terra fredda, alla mancanza del sole che esperisce il defunto e con esso il dolore per la perdita del mondo.