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Jep Gambardella fa il giornalista ed ha scritto un solo romanzo che alcuni decenni prima ebbe un certo successo.
Dopo quel romanzo il nulla, o meglio feste, divertimento sfrenato e tanta bellezza.
L’esistenza oscilla tra bellezza estrema e miseria estrema senza soluzione di continuità.
I presupposti ci sono tutti, un Tony Servillo semplicemente geniale, corrosivo, nichilista come può essere solo colui che ha percorso la vita nella sua interezza, divorandola.

Eppure la bellezza non basta.
Jep è tormentato dai ricordi, dalle donne che ha amato e che sono oramai lontane. La purezza del primo incontro con una donna. La monotonia di una esistenza sempre uguale che paradossalmente è spesa nel tentativo di combattera la monotonia diventando però essa stessa terribilmente monotona e vacua.

Jep è corroso dalle sue scelte passate, è consapevole, ma non accetta fino in fondo. Oscilla.
L’idea della morte sembra essere il limite con cui si rende conto di dover fare i conti, come risvegliandosi da un lungo sonno.

Esattamente come Antonius Block dinanzi alla morte si pone domande sul senso della propria vita, per un attimo sembra quasi avere la stessa sete di trascendenza, ma si rende conto che quella via non è adatta a lui. E’ l’aldiqua’ la sua dimensione al di fuori di qualsiasi sovraterrena speranza.

La bellezza però ripeto non basta.

Non sono degne di nota le visioni oniriche di facile matrice felliniana, ma è invece leggibile un certo parallelismo con il Bruno Cortona di Risi, la differenza sostanziale però sta nel fatto che Cortona è molto meno consapevole e non è capace di una via di mezzo.
Jep invece sfiora le questioni, ma non le afferra nella loro interezza, insomma a tratti sembra quasi pentito dell’esistenza che ha condotto.

Peccato perchè il film poteva essere, se solo fosse stato meno pretenzioso e meno desideroso di toccare gli universali dell’animo umano, molto più incisivo e sostanzioso.

Questa volta la fotografia di Bigazzi finisce per essere sovrastruttura eccessiva, quasi barocca.

Taccio di un Carlo Verdone che è solo uno sbiadito Leopoldo Trieste di vitelloniana memoria.