Chiariamoci, il nome è veramente terribile, accostare cibo ed arte non ha nulla a che vedere con come io vedo la cucina. I tavoli del locale però sono belli, tavole uniche da 20 di rovere di slavonia massello, piacevoli da sentire al tatto e un bell’ albero di ulivo all’ingresso. Tutto super white, strizza l’occhio al minimal, e due camerieri che sembrano usciti fuori dallo showroom di Dolce e Gabbana. Insomma, dove sono finito? Il menu è gradevole graficamente, inziamo con dello champagne per amplificare leggermente i sensi. Uno dei due camerieri si contraddistingue per essere particolarmente poco simpatico, seguendo l’idea che l’essere un pò scortesi possa essere un deterrente positivo, come a dire voi siete qui per i piatti, loro si che hanno qualcosa da dire.

La mia scelta ricade su:
– I crudi di Matteo Torretta
– Orata con vellutata di zucca e mandarino

Dopo una fogliolina al sapore di ostrica, iniziamo a sorseggiare uno Chablis, che non ho scelto io e che non amo particolarmente. I crudi si presentano bene, per prima cosa succhio per bene la testa del gambero. Il suo sapore intenso mi fa impazzire, penso ai banchi di sicilia, al banco Inferno, alle saline di Trapani. Poi ricciola e uova di storione con aneto.
Arriva l’orata, un filetto alto che lascia pensare ad un pesce di taglia, non è d’allevamento per grazia di dio. La carne è soda e gradevole, il mandarino si sente appena e non guasta affatto.

Il dolce lo salto, passo ad una grappa di Teroldego visto che non hanno neanche Barbera, ripenso a Bianca, alla Giordania ed alla tabaccaia ma questo purtroppo non mi basta.

Cose che ho imparato:

– Mai lasciarsi ingannare dalla bellezza dei tavoli di un locale
– Il nome di un locale dice molto più di quanto si possa immaginare