A distanza di due anni dalla lettura di quello che onestamente è il libro italiano più bello che abbia letto negli ultimi anni, mi decido a pubblicare queste poche righe di commento ad un’opera sagace, lucida capace di restituirci come non mai, l’angoscia della ricca urban sprawl che la media borghesia italiana sta costruendo attorno alle grandi città.
Il linguaggio riflette la struttura del pensiero, questo fatto è assolutamente evidente nella tagliente collana di racconti di Giorgio Falco. Un linguaggio sbiadito, dalla sintassi elementare, che finisce per riflettere in maniera nitidissima il vuoto della nuova periferia milanese, in cui la piccola borghesia sempre più impoverita si è rifugiata tentando di scappare dalla città.
Nove racconti brevi, il cui filo conduttore è da un lato il luogo: Cortesforza non-luogo di nuovissima costruzione a 18 km da Milano, tessuto urbano senza storia e scarsissima dignità architettonica la cui unica funzione è quella di fare da sfondo ad esistenze sbiadite vittime della contingenza economica ineludibile e che non lascia scampo. L’altro elemento conduttore è il vuoto. Un vuoto fatto di villette a schiera per cui ci si è dovuti indebitare per il resto della propria vita. Ma anche il vuoto di esistenze che non trovano compimento, che si dibattono accompagnate da un avere smesso di aspirare alla felicità tendendo verso un possibile quanto deludente surrogato. Fa da sottofondo il rumore di asciugatrici che non riusciranno mai a fare il lavoro del sole e del vento, prato inglese ingiallito e collinette artificiali costruite per movimentare il paesaggio piatto della campagna lombarda.
Perchè, mi chiedo spesso, si arrischia così raramente ciò che è immediato e ciò che è difficile?
Perchè nell’architettura recente si riscontra così poca fiducia nelle cose più peculiari che distinguono l’architettura: il materiale, la costruzione, il sorreggere e l’esser sorretto, la terra e il cielo; così poca fiducia in spazi liberi di essere autenticamente tali; spazi in cui si ha cura dell’involucro spaziale che li definisce, della consistenza maetriale che li caratterizza, della loro capacità di ricezione e di risonanza, della loro cavità, del loro vuoto, della luce, dell’aria, dell’odore?
Terike Haapoja ha ripreso con una video camera ad infrarossi il corpo di un animale morto. Le parti in rosso sono quelle dove il calore e’ ancora presente, calore che lentamente si dissipera’ lasciando la sagoma dell’animale priva di colore.
Peccato davvero per il sito piuttosto fatto male e gli improbabili laboratori di padova Marlow & Kurtz che mi riportano alla mente immediatamente il Colonnello Kurtz, perche l’idea e’ veramente bella. Il sedativo memoriale, che meraviglia, riuscire veramente a coltivare l’oblio, la dimenticanza, una rimozione indotta farmacologicamente che riesce persino ad evitare che il passato ritorni. Avrebbe un successo incredibile senza precedenti, non generiche benzodiazepine ma qualcosa che riesca ad agire in maniera selettiva, cancellare un file tra milioni disponibili. Per contrappasso mi fa pensare al film Il mnemonista storia di un uomo che non riesce a filtrare selettivamente il suo passato che ricade in ogni momento della sua vita. Comunque e’ un viral legato in qualche modo a current tv, ci scommetto e credo che l’idea sia tratta da questo articolo della repubblica.