filosofia

extemporaneus

Estemporaneo, letteralmente dal latino ex-tempore ovvero all’improvviso, senza preparazione, senza premeditazione.
L’idea di raccogliere degli spunti di riflessione individuali, senza una preparazione non vuol dire sconfinare in ambiti del sapere di cui non si conosce nulla, bensì proporre degli spunti intuitivi, a-processuali su cui non si ritorna meccanicamente ma che proprio in quanto intuizioni mantengano una viva freshezza.
Sull’assenza di premeditazione aggiungerei semplicemente che proprio in quanto ragionamenti non-mediati, sputati fuori hanno una potenziale carica rischiaratrice esattamente come un fulmine fende il buio della cupa notte lasciandoci per qualche istante intravedere chiaramente il mondo.

Una sfida che ci porti ad intendere l’estemporaneo non semplicemente come l’opposto di pensato, studiato o preparato, ma come un immediato, che prediliga il non-processuale, l’intuito con tutta la sua viva ed acerba carica conoscitiva.

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art, filosofia

I do not need a guide

Da qualche tempo mi sono imbattuto in un blog che sembra riscuotore un certo successo nell’ambito della ricerca artistica http://ineedaguide.blogspot.it, la sorpresa sta nel fatto che esista la necessità di una guida, una indicazione di gusto, nel mare magnum dell’arte.
Il logo stesso del blog, indica una direzione, ma la cosa che più mi infastidisce è il tentativo di credere veramente da parte degli autori di stare esprimendo una guida volta ad orientare il pubblico dell’arte contemporanea.
Il fatto di proporsi come guida, già di suo indica la presenza di uno spaesamento, di un perdersi, di un aver perso la bussola. Allora la domanda diviene sempre più urgente: come mai tutto questo spaesamenteo? Perchè sentirsi necessitati dall’ avere bisogno di una guida?
Siamo cosi incapaci di cogliere il gesto artistico da aver bisogno di qualcuno che ci indichi la strada della comprensione dell’arte?
La questione si fa complessa e molto spinosa.
Fino a qualche tempo fa, per avere un orientamento, si provava a far riferimento ai mostri sacri della Storia dell’arte. Eppure anche in quella maniera, si accedeva ad un sapere codificato attraverso l’analisi storica. Siamo proprio sicuri fosse anche questa la strada corretta?
Cosa ci rimane veramente una volta adottato questo metodo storiografico?

Io credo ci venga restituita una griglia di riferimenti, certamente utili ma spesso solo approssimativi, un insieme di indicazioni che hanno il potere di far emergere questo o quell’avvenimento, non tanto in virtù dell’intrinseca bontà del singolo artista, ma dell’interesse che lo storico mostra per il singolo artista.

Vengono semplicemente in questo modo tralasciati i cosiddetti artisti minori, che finiscono per perdersi irrimediabilmente tra le onde del mare limaccioso della storia scritta da alcuni uomini.

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filosofia

Eugenio Borgna il tempo e la vita

eugenio_borgna

Ammetto una certa trepidante attesa per questo saggio di Borgna, psichiatra finissimo e mente eccelsa, uno dei pochi che ha abbracciato insieme al compianto Bruno Callieri, la psichiatria fenomenologica in Italia.
Il saggio intende indagare il tempo, nella sua dimensione enigmatica, costitutiva, strutturale dell’esistenza, passando in rassegna il concetto di tempo da Agostino di Ippona a Sergio Corazzini, in una maniera trasversale e poetica.
Io però credo che Borgna tocchi il problema a volte in maniera un pò didascalica, ma non vada fino in fondo. Provo a spiegarmi meglio: oltre la distinzione tempo della vita, tempo dell’orologio, tempo oggettivo, tempo soggettivo, finisce per raccogliere contributi interessantissimi per una buona bibliografia sul tema ma non raggiunge il fondamento ultimo.
Un saggio che finisce per configurarsi come compilativo, con un interessante prospettiva di fede laica, con dei vivi sussulti poetici ma a mio avviso ripeto sfiora, tocca, lambisce, ma non individua.
Qualche esempio? Borgna in 205 pagine cita Heidegger in una sola occasione rifacendosi ai Concetti fondamentali della metafisica, neanche una parola su Essere e Tempo, manca un riferimento vero ad Husserl, non tocca minimamente Paci ma la cosa più difficile da capire per me è il non aver nemmeno sfirorato la II inattuale di Nietzsche.

La parte più proficua dal mio punto di vista riguarda il tempo e la psicopatologia, avendo personalmente considerato sempre l’anima che si ammala soprattutto in relazione alla propria temporalità più che alla propria corporeità (schizofrenie varie). Oltre il bellissimo e famoso lavoro di Minkowski sull’argomento, seguono elementi descrittivi, in cui personalmente non trovo le domande che mi sono sempre riproposto di indagare.
Da Borgna mi aspettavo un lavoro più rigoroso, incisivo.
Peccato Professore.

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filosofia

Il giovane favoloso

il giovane favoloso

Il film di Martone ha un pregio assoluto ovvero ha un piglio divulgativo che merita il massimo rispetto in questi tempi oscuri fatti di poca memoria e pessimo intelletto.
Inoltre la capacità visiva del film è un ottimo tentativo di esaltare la poesia leopardiana nella sua bellezza totalizzante.
Al di là della ricostruzione filologica, degli aspetti trascurati (impensabile provare a tradurre l’universo leopardiano in 145 minuti) il film è uno spunto di riflessione assoluto sul rapporto tra Leopardi ed il suo mondo. In particolare suscita a mio avviso interesse la possibile relazione tra la visione del mondo di Leopardi e lo stato fisico del suo corpo.

In sostanza il corpo malandato del Leopardi ha avuto un’influenza decisiva sulla costruzione del suo universo poetico? Le sue malferme condizioni di salute hanno influenzato la sua visione del mondo?

La mia risposta è certamente affermativa anche se nel film vi è un passaggio chiave in cui lo stesso Leopardi attribuisce al suo intelletto e non alla sua malattia la sua visione delle cose. In particolare dice: “non attribuite alle mie malattie ciò che è responsabilità del mio intelletto”.
In questo passaggio il Leopardi tradisce un dualismo che non si fa fatica ad attribuire alla scissione cartesiana dei res cogitans da res extensa. Ovvero la scissione dolorosa di anima e corpo.
Possiamo veramente distinguere il corpo dall’anima? Possiamo veramente tenere le due cose separate addirittura tirando fuori l’intelletto?

Caro Giacomino, tu mi hai fatto molto pianger e con diletto dico che sei sommo poeta e magistrale pensatore, ma pensare di distinguere le due cose è un errore, perchè sarebbe come chiedere ad un nano di avere la stessa visione del mondo di un uomo alto due metri e quando parlo di visione dico che il corpo del nano avrà come punto di vista una prospettiva sulle cose radicalmente diversa già solo per la sua altezza da terra!

Perchè il corpo è Leopardi e Leopardi è il suo corpo e poco altro ed in questo non ci vedo nulla di male anzi! Quella fragile corporeità ha prodotto un animo acuto, un intelletto sopraffino ed una intelligenza sublime.

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filosofia

Popsophia e poi?

Solo l’idea della Popsophia è inquietante, è il prodotto più puro della nostra contemporeneità, ovvero tentare di allargare l’audience di un prodotto sebbene lo si definisca culturale.

Detto questo, mi sia concesso di dire un paio di cose:

1. La filosofia non è pop, non potrà mai esserlo e solo pensare una cosa del genere è semplicemente ridicolo ed offensivo per il pensiero.
La filosofia è ricerca di senso e fondamento e semplicemente non tutti hanno questo tipo di esigenza.

2. Le semplificazioni pop sono abominevoli, la complessità non si può sempre semplificare, si finirebbe per non rendere giustizia alle cose stesse.

3. Non esiste cultura di serie A e serie B esiste cultura laddove si esprime una visione del mondo, un complesso di indicazioni che si configurano come il tentativo di orientare l’uomo nel mondo.

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filosofia, libri

Oramai solo un Dio ci può salvare

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Nel 1966 il giornale Der Spiegel intervista Heidegger nel proprio studio, l’intervista viene concessa dal filosofo solo a patto che venga pubblicata dopo la sua morte.
L’argomento è l’adesione al nazismo del filosofo con la scrittura del Discorso sulla autoaffermazione dell’università tedesca del 1933.
Sebbene nasca da questa esigenza chiarificatrice, il vero nucleo dell’intervista in realtà si rivela essere l’enunciazione del destino della filosofia ovvero della sua fine.
Tematica che viene approfondita in maniera geniale in una conferenza del 1964 La fine della filosofia ed il compito del pensiero.
L’idea che emerge in tutta la sua lucida potenza è che la filosofia è alla fine, il che non significa assolutamente che è “venuta meno” o che sia semplicemente cessata. La fine della filosofia significa l’esser pienamente giunta al suo compimento nelle sue possibilità estreme. Mostrando allo stesso tempo la grandezza del suo progetto ed il suo limite.

Le scienze hanno soppiantato la filosofia, nelle scienze la filosofia si è dissolta.
Proprio partendo da questa lucidissima presa di coscienza ne corrisponde uno scenario ben preciso ovvero che il filosofo non è più in grado di mostrare alcuna via, alcun percorso alternativo.
La tecnica ha realizzato se stessa in maniera invincibile, la filosofia non è più in grado di prospettare delle strade alternative ammesso che ve ne siano, e proprio giunti a questo punto non resta altro che accolgliere l’idea che: Oramai solo un Dio ci può salvare. Ci resta come unica possibilità quella di preparare nel pensare e nel poetare ua disponibilità all’apparizione del Dio o all’assenza del Dio nel tramonto.

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filosofia

la filosofia

“L’esserci del cui essere ne va dell’essere” M. Heidegger

Se c’è una cosa che proprio non riesco a capire è l’approssimazione con cui spesso ci si rivolge alla filosofia nei discorsi quotidiani. Persino persone intelligenti incappano nella medesima visione che considera la filosofia come
qualcosa di poco concreto, astratto, astruso, lontano della realtà etc. etc.

Ammetto di rimanere sempre sorpreso ed amareggiato a volte, nel sentir procedere le persone per semplificazioni che non rendono giustizia alla complessità delle cose. La banalizzazione benchè necessaria, a volte finisce per appiattire il significato e trascurare quanto di vivo ed interessante c’è nelle cose stesse.

La filosofia però, non ha nulla a che vedere con la mancanza di concretezza, con una perdita di tempo, come una vuota astrazione senza fine, anzi ha un carattere estremamente concreto, pratico.
Prima di tutto perchè nel discorso filosofico si parla di te, non dell’uomo in astratto, ma di te stesso in rapporto con il tuo tempo, gli altri ed il mondo.
In seconda battuta, la presunta mancanza di concretezza si combatterebbe con la supremazia del dato, attraverso un approccio quantitativo rispetto alle cose che però non ci fornisce alcun supporto rispetto alle problematiche di senso.
Sebbene si possa spiegare un fenomeno come la morte attraverso un’analisi bio chimica di quello che accade all’organismo che va incontro alla morte, quest’analisi non ci fornisce alcuna forma di rassicurazione rispetto al nostro destino, attaccarsi alle solide rocce della ragione semplicemente non basta.

Infine pensare che i filosofi siano dei semplici “facitori di parole” è un errore grossolano. Basti pensare a personaggi del calibro di Bruno o Giulio Cesare Vanini, oppure Benjamin che hanno pagato con la vita le proprie idee che erano esse stesse questione di vita. Oppure come Platone che nel tentativo di mettere in pratica l’ideale della repubblica non ha esitato a navigare verso Siracusa per 3 volte convinto di poter mettere in pratica il proprio progetto.

La filosofia è una questione di vita, cosa ancor più seria, è una questione che riguarda la propria vita.

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filosofia

il destino

« Il carattere di un uomo è il suo destino » (Eraclito, frammento 119 Diels-Kranz)

Certamente l’idea di un disegno superiore, di qualcosa di tracciato a monte, ha carattere rassicurante, il tentativo di provare a dare un senso al divenire, la possibilità di spiegare l’accadere. Al di là di qualsiasi forma di religione che mi interessa poco, comprendo l’umana necessità di provare almeno a ricondurre l’inspiegabile a qualcosa che abbia senso.
La comprensione si sà non ha carattere giustificativo ma solo esplicativo, comprendere non significa spiegare!
Inutile dire che è semplicissimo spostare l’asse delle proprie azioni ad un quadro altro che è quello del cosiddetto segno del destino. Azioni ed intenzioni si fondono, in un paradigma perfetto per essere raccontato.

La verità è che il caso è cieco, l’accadere è senza senso, e per quanto ci possiamo sforzare di dare un senso a ciò che accade in maniera totalmente non ragionevole, ogni tentativo è fine a se stesso.
Il disegno semplicemente non esiste. Siamo capaci di fronteggiare questa realtà?
Siamo disposti a sottostare al cieco accadere?
Possiamo sostenere la mancanza di qualsiasi intenzionalità nello svolgersi del caso?

Io credo che le onde vivificatrici della vita ci debbano far gioire di quest’assenza di disegno, che possiamo fare a meno di un fine solo se questa condizione ci soddisfa.

Tutto il resto è solo chiacchiericcio informe.

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