Month: February 2011

estasi a 24.90


Supermercato, Milano ovest. Mi imbatto in questo costume curioso. Un giovane indossa un saio domenicano o francescano non saprei dire. E’ in evidente stato di estasi (ex-stasis letteralmente stare fuori) pronto ad accogliere la verità. Sfere colorate gli fanno da sfondo e soprattutto un’aura verdina lo circonda a metà tra Star Trek ed un porno dei primi anni ’80. Altro che Santa Cecilia….

grande paesaggio ritrovato

Le figure dell’ultimo Ricciardi non sono morsicate come accadeva in passato.
Si dissolvono, questo è l’elemento nuovo. Un inesorabile essere soggetti al tempo, al lavorio del tempo. Lo spettro della natura maestosa e minacciosa che continua a fare il suo corso inesorabile.
I due amanti perdono consistenza, in un abbraccio ad occhi chiusi, pronti a far fronte a quello che sarà. Come sotto una pioggia torrenziale, faticano a mantenere la propria corporeità integra.
I colori accesi di ciò che è lontano (nello spazio ma anche nel tempo) si fanno cupi e saturi quando rappresentano quello che è vicino.

Riflessione sull’inesorabile ed estremo tentativo di trovare un significato?
Resta solo l’abbraccio a dare struttura ad un paesaggio scomposto, sospeso ed assolutamente a-temporale.

Foodart – chef matteo torretta

Chiariamoci, il nome è veramente terribile, accostare cibo ed arte non ha nulla a che vedere con come io vedo la cucina. I tavoli del locale però sono belli, tavole uniche da 20 di rovere di slavonia massello, piacevoli da sentire al tatto e un bell’ albero di ulivo all’ingresso. Tutto super white, strizza l’occhio al minimal, e due camerieri che sembrano usciti fuori dallo showroom di Dolce e Gabbana. Insomma, dove sono finito? Il menu è gradevole graficamente, inziamo con dello champagne per amplificare leggermente i sensi. Uno dei due camerieri si contraddistingue per essere particolarmente poco simpatico, seguendo l’idea che l’essere un pò scortesi possa essere un deterrente positivo, come a dire voi siete qui per i piatti, loro si che hanno qualcosa da dire.

La mia scelta ricade su:
– I crudi di Matteo Torretta
– Orata con vellutata di zucca e mandarino

Dopo una fogliolina al sapore di ostrica, iniziamo a sorseggiare uno Chablis, che non ho scelto io e che non amo particolarmente. I crudi si presentano bene, per prima cosa succhio per bene la testa del gambero. Il suo sapore intenso mi fa impazzire, penso ai banchi di sicilia, al banco Inferno, alle saline di Trapani. Poi ricciola e uova di storione con aneto.
Arriva l’orata, un filetto alto che lascia pensare ad un pesce di taglia, non è d’allevamento per grazia di dio. La carne è soda e gradevole, il mandarino si sente appena e non guasta affatto.

Il dolce lo salto, passo ad una grappa di Teroldego visto che non hanno neanche Barbera, ripenso a Bianca, alla Giordania ed alla tabaccaia ma questo purtroppo non mi basta.

Cose che ho imparato:

– Mai lasciarsi ingannare dalla bellezza dei tavoli di un locale
– Il nome di un locale dice molto più di quanto si possa immaginare

derive psico-geografiche

Stamane il mio telefono squilla alle 10.37, è Augusto, che fino a poco tempo fa aveva letto solo nei libri l’esistenza delle 10.37 del mattino. Vista l’assoluta eccezionalità dell’evento mi precipito a prenderlo nella sua zarevole dimora.

Pioviggina lentamente, scende con un pastrano blue notte, ed un ombrello nero dal manico di legno, la sua nobile persona si staglia leggiadra davanti i mie occhi, lasciandomi pensare al Fürstenberg (si proprio quello che combatte contro Giovanni dalle bande nere).

Per prima cosa ci dirigiamo in un famoso bar in zona Isola, è qui che ha inizio la nostra esperienza di pura psico-geografia, il nostro intento è quello di toccare punti della città formando una scritta immaginaria, anche se non siamo certi assolutamente di quello che ne verrà fuori.

Dopo un espresso sorseggiato lentamente iniziamo a vagare, apparentemente senza meta.
Il mercatino di Piazzale Cuoco ci accoglie freddamente, il fango, l’atmosfera post industriale, la nebbiolina non aiutano di certo, la nostra attenzione si ferma su una cucina da campo dell’esercito italiano.
Compriamo solo due cose, del pane pugliese e 2 cd a prezzo stracciato.

Ci muoviamo velocemente verso la meta del nostro pranzo, il Mongolian Barbecue, dove mangiamo in abbondanza carne alla brace condita con un liquido bianco altamente infiammabile, sarà paraffina? Mah…

Molliamo l’auto e dopo un caffè in piazza 24 Maggio, uno in corso Genova ed uno in via Savona i primi tremori iniziano giustamente a ricordarci di smettere di bere caffè. Approdiamo assolutamente per caso in un mercatino in cui ci viene richiesto di firmare una liberatoria perchè stanno girando un documentario, ovviamente firmiamo tutto, con nomi fasulli, io Nathan Fake, lui James Holden (solo per la consonanza con il ciuffo).
Scappiamo dal mercatino vintage, ripiombiamo in porta genova, poi di nuovo 24 maggio, poi colonne san lorenzo ( il disegno sta per prendere una certa forma) poi di nuovo via vigevano (ma solo a ricordare il noto mostro).

Birra media chiara con un amico che sembra uscito direttamente da un opera di Oscar Wilde e poi via fino a via Malaga. Sono le 20.10 e abbiamo compiuto il nostro tracciato, ricomposto abbastanza precisamente, ci ha restituito due lettere. Solo due lettere IG e questo a mio avviso dice tanto.

Colonna sonora:
Lone – Emerald Fantasy Tracks – Magic Wire Recordings
Ludovico Einaudi – Divenire – Decca

foxy lady

rubattino – milano est

san gerolamo

acqua santa

La prima volta che vidi una boccetta con dell’acqua santa fu perchè la porto mia nonna da un pellegrinaggio a Lourdes.
Ne rimasi molto colpito, insomma la foma della bottiglietta con le fattezze della madonna, il tappo blu, mi fecero un certo effetto.
Per quache motivo inspiegabile mia madre la mise in frigorifero. Pur essendo estate e quell’acqua non fosse certo da bere, finì lo stesso in frigo. La cosa incredibile è che rimase per almeno un anno lì, per il semplice fatto che nessuno ebbe mai il coraggio di buttarla.

bands are shit..